Loro, fisicamente destinati alla superficialita’ vs noi, i lettori di DFW

Sono a pagina 45 di “E’ una vita che ti aspetto”, quindi direi che l’esperimento di lettura di fabiovolo è terminato. Premetto che quest’esperimento lo ritengo necessario perché non solo fabiovolo scrive libri, che uno potrebbe dire anche chissenefrega, non li leggo e stop, non solo qualcuno glieli pubblica, perché uno potrebbe dire chissenefrega delle scelte editoriali industriali io pubblico con voici la bombe, no, la cosa grave è che ci sono centinaia di migliaia di persone che lo leggono, che fanno la fila alle sei di mattina in libreria per leggere fabiovolo. Quindi non puoi risolvere la questione pensando che basta sapere dove si trova fabiovolo per riuscire a stargli a due chilometri di distanza e sentirti sicuro, non è possibile, perché loro, quelli che lo leggono, le persone “normali” che provano emozioni “normali” in situazioni “normali” sono dappertutto. E leggono fabiovolo e pensano toh, uno di noi.

 

Non mi è chiaro se tutte queste persone facciano i dj e abbiano condotto trasmissioni televisive ma a quanto pare sì, almeno riescono a sublimarne l’esperienza, poiché ritengono fabiovolo uno di loro, che fa cose come fanno loro, prova le emozioni come le provano loro, e fabiovolo quando sente un rumore non serve che descriva che rumore è o da dove viene, scrive solo “sento uno strano ticchettìo di non so cosa” o quando è in un bar vede “persone che entrano con le buste dei negozi famosi”, è tutto come se fosse bidimensionale, non ci sono troppi particolari, le persone non sanno niente e si crogiolano in questo loro non sapere niente, anzi, la cosa meravigliosa è che neanche si pongono il problema, è una sorta di anestesia collettiva che fabiovolo pare descrivere e incarnare perfettamente, in quarta di copertina infatti c’è scritto “Umorismo, folgorazioni e malinconie di un ragazzo normale”. Addirittura a un certo punto fabiovolo si ritrova a farsi delle domande e questa cosa, scrive letteralmente “Gli fa uscire il fumo dalle orecchie”, dedica quattro pagine a questa scoperta del farsi le domande, (le 4 pagine più frustranti della mia vita di lettore) addirittura fabiovolo scrive di sé stesso e quindi del lettore, dopo che non è riuscito a meditare (“Non ci credo a quelle cose lì”, sancisce) che è “fisicamente destinato alla superficialità”, che a me sembrerebbe un’offesa e invece il lettore ci si ritrova, si sente proprio così, fisicamente destinato alla superficialità, poiché non sa cos’è una posizione del loto o cos’è Godot e via dicendo, la vita è fatta di lavoro e amici e discoteca e negozi, il lato emozionale è lasciato all’aspetto familiare al presente a quello infantile al passato, alla nostalgia dell’infanzia e oltre non si spinge, il problema principale è trovare la felicità che inizialmente si presenta con l’avere casa arredata o i vestiti e il lavoro giusto, ma più profondamente nel trovare (chi l’avrebbe detto) una donna o un uomo con cui passare la vita per sempre, almeno sulla carta stampata da Mondadori. Non c’è spazio per dubbi o filosofia, le persone sono come i manichini delle vetrine o i personaggi delle soap opera, e la cosa su cui riflettere è che non è che si può risolvere la faccenda facendosi una risata, come dicevo, perché loro sono molti più di noi che ci sentiamo tanto intelligenti da leggere un libro di David Foster Wallace, noi siamo una minoranza e ci andiamo sempre più assottigliando e isolandoci mentre loro sono una moltitudine e non fanno altro che figli.

 

Ora, il problema non si pone se decidi di startene in casa a guardare serie tv per tutta la vita o farti il sapone da solo, ma sorge se decidi di uscire o sei costretto ad uscire (magari per lavoro) perché uno di loro potrebbe essere vicino a te, e adesso sai che non ragiona come te, vede cose bidimensionali con pochissimi colori e pochissimi dettagli. Dovremmo cominciare a parlare più piano e a dire cose più semplici per comunicare, questo mi sono detto leggendo fabiovolo, noi che leggiamo i libri di DFW intendo, dobbiamo semplificarci. Per me è stata una folgorazione, poiché, come credo la maggior parte di noi, tendo a credere che il mondo sia una mia estensione e che pressappoco le persone funzionino come funziono io, pensino le cose che penso io e via dicendo. E invece no. Il problema poi diventa enorme se decidi di pubblicare un libro perché al di là dei tuoi tre amici d’infanzia, dei quattro intellettuali e dei due critici da cui ti aspetti una recensione o semplicemente una lettura o un’approvazione, il tuo libro verrà letto da 100 persone in tutto, perché tutte le altre non sanno neanche di cosa stai parlando, e il più delle volte non perché sono cattivi o menefreghisti o perché gli piace davvero fabiovolo, ma solo perché non hanno strumenti per decodificarti. Credevamo davvero che vent’anni di televisione iniettata su per il cervello non avrebbero dato effetti collaterali? Oppure non ti interessa? Se non ti interessa non hai nulla da scoprire nei libri di fabiovolo, ma allora perché pubblichi libri? Parlo ovviamente con chi decide di pubblicare un libro. Gli altri continuino pure a laggere David Foster Wallace e McCarty. Io non dico che uno pubblichi libri per venderli, o farsi leggere da milioni di persone, ci mancherebbe altro, ma riuscire a vivere coi proventi dei propri libri credo sia un’aspettativa minima di chiunque si affacci professionalmente nel “mercato della scrittura”. Ovviamente possiamo risolvere la faccenda con picchi di personalità nell’encefalogramma della questione o scelte monastiche per cui uno decide che se ne frega di tutto, si postula famoso solo da morto e continua a fare il suo lavoro di merda a mille euro al mese conscio che non potrà mai vivere coi proventi dei suoi libri perché fuori il mondo è pieno di loro, loro che leggono i libri di fabiovolo e si sentono come lui, le persone normali. Per questo ho voluto provato a capire. Fine della premessa.

Ora cercherò di spiegare quello che ho capito, e tutto quello che presumo di aver capito non è necessariamente negativo. Tanto per cominciare so per certo che fabiovolo i libri non li scrive, ma li detta a voce in un registratore. Ho avuto una visione di questo, e io so cose, come la Justine di Melancholia. Fabiovolo si fa una canna, si beve qualcosa e comincia a dire quello che gli salta in mente nel registratore, quindi il registratore viene passato agli editors molto cazzuti di Mondadori che sbobinano il tutto e lo aggiustano, dandogli una parvenza di libro. Saranno in tre o quattro, come gli sceneggiatori di Boris. Le discussioni saranno del tipo:

“Ma qui lasciamo scritto boh?”

“Lasciamo scritto boh.”

“Ma col punto esclamativo?”

“Come lo dice nella registrazione, con enfasi o senza enfasi?”

“Con enfasi.”

“Allora punto esclamativo.”

E via così. Mi immagino anche quando fabio volo entrò in Mondadori, per avere il responso del suo libro.

“Fabio, io una serie di luoghi comuni, di banalità, di vicende così scontate e prevedibili messe tutte insieme non le ho mai viste nella mia vita, credevo fosse impossibile.”

“Ah.”

“Mi spiego, proprio a spulciare tutto il libro non c’è uno spunto, una riflessione arguta, niente, ed è scritto che non sembra neanche scritto, come dire, sembra parlato.”

“In effetti registro le cose in un registratore e poi le sbobino. Ma se non va bene posso lavorarci un po’…”

“Ma cosa dici, è perfetto! Qui siamo seduti su una vena d’oro! Adesso non ti preoccupare più di niente, ti chiameremo per le foto, tu continua a parlare nel tuo registratore e fai una cosa, mandaci direttamente le cassette.”

“E’ perfetto? Ma avevo capito…”

“Lascia stare!!! Sei il nuovo Hemingway! La gente vuole sentir parlare semplice, vuole emozioni semplici, e questo libro è, come dire, è una bibbia. E’ perfetto, perfetto, perfetto. E poi fa ridere.”

Le storie, mi sono letto le trame degli altri libri, sono tutte simili, o lui è un ragazzo normale e incontra una ragazza paracula o lui è paraculo e incontra una ragazza brava, e alla fine delle storie il protagonista ha sempre una svolta emozionale importante, in modo che possano vivere tutti felici e contenti. Inoltre, i libri sembrano avere l’incredibile qualità di non richiedere sforzo per leggerli, un po’ come guardare la televisione. Un libro, si sa, richiede un impegno attivo da parte del lettore, non si ascolta come musica, non si guarda come un film che puoi startene lì come una bella statuina e le informazioni ti vengono inflitte. Un libro, in teoria, richiede concentrazione, ha bisogno dei tuoi occhi e della tua mente per funzionare. Ma nei libri di fabiovolo questo sistema appare disinnescato. Ho letto di persone che dicevano, nei vari commenti ai libri, che una peculiarità dei libri di fabiovolo è che si leggono in due ore. Ragazzine di quindici anni, signore di settantacinque. “Ho letto questo libro in due ore.” Oppure “Di solito ci metto due ore a leggere i suoi libri, ma stavolta ci ho messo quasi mezza giornata…” e così via. Questo non è un fenomeno da poco. Anche una persona non abituata alla lettura ci mette pochissimo a leggerlo. (succede l’inverso con i lettori di DFW, temo: io per leggere quattro pagine, come dicevo, ci ho messo tantissimo e soffrendo a ogni rigo, lo giuro, nel momento in cui lui esce dallo psicanalista e scopre che può farsi delle domande) Ma al di là di questo. Come parafrasavo nella bocca del talent scout della Mondadori, ci sono una sfilza di luoghi comuni, talmente tanti che presi singolarmente non vanno bene, uniti con questa accuratezza fanno dell’opera qualcosa di bello. D’altronde il confine fra ridicolo e sublime è labile, la differenza la fa la convinzione, in questo caso degli editors, non di fabiovolo, che secondo me appare più scemo di quello che in realtà è. E arriviamo alla conclusione.

Questo “fenomeno” potrebbe apparire negativo e invece, quello che ho capito, è che i libri di fabiovolo sono o possono essere, per certi versi, utilissimi: sono strumenti primitivi di rieducazione alla lettura. Non credo che in Mondadori ne siano del tutto consapevoli. Sono come una fisioterapia del cervello, ricominci a fare movimenti semplici, associazioni semplici, con descrizioni di tutti i giorni e personaggi talmente stereotipati che quelli delle soap opera al confronto sono degli Amleto. Non sto scherzando. Questo cose, ripeto, quelli delle Mondadori non le sanno, spero, o se le sanno ignorano gli esiti che potrebbero produrre, ma noi potremmo sfruttarle a nostro vantaggio. Se non ora, in un futuro lontano. Intendo noi che vorremmo comunicare con loro ma non abbiamo strumenti per farlo. Almeno, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno. Se uno non ha mai letto un libro, o non è abituato a leggere poiché nessuno gli ha mai insegnato ad apprezzare una lettura, coi libri di fabiovolo può cominciare, ha già cominciato. Si è fermato in autogrill per prendere un camogli ed esce con un libro di fabiovolo. Chi l’avrebbe detto? Non ha comprato un gratta e vinci stavolta. Se uno è sempre stato semplicemente condizionato a leggere (come a scuola), un libro di fabiovolo potrebbe restituirgli quella leggerezza del gesto gratuito, quella dimistichezza con la lettura che, checché ne dica qualcuno, non può essere un male. Può essere che questo lettore primitivo non si allontani mai dalla sua fisioterapia, nel senso che cercherà sempre libri il cui tempo di lettura va dalle due alle tre ore, ma potrebbe fare uno scarto in avanti spontaneamente, oppure a un certo punto potrebbe stancarsi di questi libri veloci e potrebbe desiderare qualcosa di leggermente più complesso, tipo “Va dove ti porta il cuore”, e di passo in passo arrivare a leggere quello che gli piace e non solo quello che riesce a leggere. Quindi la conclusione è che a me i libri di fabiovolo purtroppo non piacciono, ho letto 40 pagine di “E’ una vita che ti aspetto” e purtroppo non è una lettura che fa per me, mi annoia, ma credo che dovremmo ringraziare fabiovolo per quello che fa per i lettori, e anche per quello che fa per noi, insegnandoci a riconoscerli. Sta a noi poi decidere se imparare a comunicarci o scappare in una grotta nelle Filippine.

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