MDMA

Mettiti un altro vestito, togli le foglie dai capelli. Lasciale in terra. Scendiamo a valle e cominciamo a inseguire gli unicorni. Avremo foreste lo capisci, e mani che si toccano, e saremo lontano dai pesanti tendaggi, dalle chiacchiere inutili, da tutte le voci che si inseguono, echi avvitati a note di gong che si spandono nell’aria. Fammi vedere i piedi. Esci da questo perimetro. Guardiamo un documentario di Adolfo Rol e raccontami quante volte il 5 ti ha salvato la vita. I 5 minuti di ritardo di quel treno, cinque passi fuori da ogni logica, se smettessimo di inseguire il martirio come una matematica idiota potremmo preoccuparci delle cose serie. Prendercela con la natura. La natura non ha bisogno di essere difesa. La flora sarà il nostro nemico, nella sua interezza. Possiamo volere bene a una pianta, come si vuole bene a una canzone dei Sigur Ros. Facciamoci nemico il sole. Grandi nemici richiedono strategie imperscrutabili. Teniamo nella tasca della giacca un rasoio per inseguire le modelle e sfregiargli le scarpe. Adoriamo come si dondola su una liana, in modo che in qualsiasi momento si possa lasciarsi cadere e piombare al suolo, lontano da tutto. Con nuove prospettive. Sdraiamoci sull’erba e guardiamoci da vicino. Se non troveremo prati costruiremo l’erba con gli stuzzicadenti. Dentro di noi l’amplificazione di una droga potentissima e sconosciuta. Scoviamone i codici. Poi ti porterò fuori con la tua lumaca al guinzaglio, dimostraglielo, dimostra a tutti che la lentezza è un alfabeto, che le sue parole sono incise nei millenni. Trasformiamoci. Questo zucchero sparpagliato in terra è un film di Fellini. Lo zucchero è il sogno di una lingua. Adesso però spegniamo tutte le luci, altrimenti nessun fantasma potrà venirci a fare verticali sulla fronte. Dimmi cosa ti dicono. Cosa ti ha detto il demonio quella volta che ti è entrato in camera. Non vergognarti. Sii arpa. Accarezzami. Accarezzami fino a farmi ricordare la statura della mia pelle, la sua ingegnosa costruzione. Non indosseremo scarpe mai più. Con le scarpe schiacceremo le parole. Su di loro concentreremo il nostro odio, che ci cresce dentro così spontaneo. Cosa potremmo fare mai che non ci è stato già fatto? Le maree sonnambule non verranno svegliate da alcun marinaio. Le correnti marine perlustreranno i crepacci delle montagne che ci sono nascoste alla vista. Detersivo alle bambine. Cancelliamole. Cancelliamo i presupposti, i legami, tutti i lacci, sfaldiamoci, sbricioliamoci, lasciamoci portare via. Non avremo conseguenze. Le catastrofi le attireranno loro, tutti gli altri, con i loro gruppi, coi loro supermercati, con i loro neon. Noi no. Avremo piccole trappole per mozzare le mani giunte delle mantidi religiose. Piccole trappole per mosche. Per il sole dobbiamo ancora organizzarci, cominceremo col non nominarlo mai più. Stammi vicina ti prego. E’ già buio. Mettiti lo smalto e lasciati guardare. Voglio immaginarti vecchissima. Lasciare le tue unghie divenire soprannaturali. Insegnarmi la pace. Mia madre adesso è neve. È la discesa di una montagna russa. È il fossile di un pesce nelle dolomiti. Usa una svastica come ruota panoramica. Mia madre ce l’ho nella voce. Se mi metti le dita in bocca è come se la cercassi in una stanza buia. Ci sono alberi che spontaneamente formano tunnel, costruiscono zone d’ombra dove è sera anche di giorno. Sappiamo quello che stiamo facendo. Siamo casti e vegetali e di entrambe le cose evitiamo di parlare. Se mi potessi prendere cura di te ti divorerei. Se solo tu potessi prenderti cura di me. A chi ci stiamo rivolgendo, spingendo le nostre preghiere con questa penuria di sentimenti? L’altrove è chino su di noi che ci osserva. Alziamo gli occhi. Spostiamoli. Facciamo asse di un cerchio. Che non si possa sfuggirci mai più nella nostra infinita discesa verso la grazia. Settecentoventitré gradini ha la stanchezza. Il fiato è una lumaca che li percorre. Tu hai il guinzaglio. Cammini come se al posto delle scarpe avessi delle tazze di the. Sorridi troppo poco. Meglio, perché quando sorridi le melodie fanno una brutta figura. E i ponti sono stanchi di essere trampolini per compositori. E di tutto queste pose di fiori, che sono come i ricordi. Liberiamoci. All’altezza di somme diverse ci uniremo, e saremo finalmente sacrificati, dimentichi di questa carne, di questo ozio, di questo letto disfatto distante centinaia e centinaia di chilometri da casa.

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