A volte la fotografia dimentica di essere un ponte

Questo fotografo americano, in realtà un giapponese trasferitosi in America, con origini indiane, ha appena postato su twitter la sua irritazione per quanti gli dicono o scrivono che quello che fa è “sbagliato”.

Il suo stile è uno stile luminoso, semplice, riprese in piena luce nel suo appartamento dove modelle nude si lasciano infilare le dita in bocca, si lasciano schiaffeggiare, questo fotografo è molto famoso per l’uso che fa delle mani, le sue mani sono in quasi tutte le fotografie, o perlomeno in una delle fotografie di un set realizzato con una ragazza. Le ragazze hanno pose semplici, stanno in piedi con le braccia dietro la schiena, o abbandonate lungo i fianchi, oppure sdraiate sul letto a pancia in sotto con i piedi in aria. C’è da dire che quanto il fotografo usa le mani tanto è ossessionato dal riprendere le mani o i piedi delle sue modelle. Molte foto ritraggono la modella nuda sdraiata sul letto che stringe teneramente la mano del fotografo. Negli occhi hanno tutte un’aria pacifica, merito senza dubbio del fotografo che riesce a metterle a loro agio, qualità questa che è la principale di ogni fotografo di nudo che si rispetti, o che riesca a fare delle buone opere. La frustrazione è una di quelle cose che nelle fotografie si vede benissimo, e spesso risulta dannosa. A molti invece piacciono le foto del fotografo, nonostante lui si senta irritato dal fatto che qualcuno trovi quello che fa sbagliato, e questo forse tradisce un senso di impostura da parte del fotografo stesso che, sebbene supponiamo ben saldo nelle sue convinzioni e nei suoi intenti lascia trapelare, riconoscendo il fastidio che gli provoca che qualcuno ritenga il suo lavoro “sbagliato”, che forse sotto c’è qualcosa che non convince neanche lui, qualcosa di sporco, che sta alla base del fotografo di nudi, sempre in bilico fra l’assunto di star producendo arte o star semplicemente dando sfogo artistico ai suoi desideri. Sebbene il confine fra malattia, ossessione e arte sia labile questo è la base del perché alcuni giudichino i suoi lavori sbagliati. Per esempio ultimamente ha postato le foto di questa ragazza, dal nome E., diciannovenne newyorkese, femminista e cioccolataia (una foto del suo blog mostra una torta di cioccolato presumibilmente fatta da lei con su scritto “sorry I got semen in your eyes”) con cui ha realizzato il suo ultimo set. Successivamente ha svelato anche i retroscena dietro al modo in cui sono venuti in contatto che è questo. La ragazza aveva visto le sue foto e gli erano piaciute così gli ha spedito un autoscatto, in cui è in casa, nuda, seduta sopra una bicicletta dove nel portapacchi c’è una gabbietta per uccelli. In seguito i due sono entrati in contatto ed ecco che ora possiamo ammirare gli scatti di questa collaborazione.

Ci sono le foto classiche del repertorio del fotografo, la modella è in piedi con le mani dietro la schiena, la modella e seduta sul letto a gambe incrociate e mangia un pezzetto di cioccolata, la modella è seduta a pancia in sotto e guarda con un occhio solo l’obiettivo, la modella è sdraiata sulle coperte sfatte e stringe teneramente la mano del fotografo. Poi ci sono altre due foto in cui in primo piano c’è la vagina di E., bagnata, con un dito del fotografo che le attraversa le grandi labbra. In un’altra si vede E. a pancia in sotto con i segni delle mani del fotografo sulle natiche, ampi fiori rossi con il segno del passaggio delle dita ben in evidenza. Ora, E., 19 anni, consapevole, femminista e in possesso di tutte le proprie facoltà si è offerta volontariamente di fare questo set fotografico, dal suo blog vediamo che era solita farsi delle foto di nudo da sola, e c’è anche un video con un ragazza in autoreggenti bianche che viene schiaffeggiata ripetutamente sul sedere da un uomo vestito in maniera elegante e E. scrive “preferirei essere schiaffeggiata più forte”.
L’assunto per cui alcune persone dicono che quello che fa il fotografo è sbagliato viene dal fatto che si presume che lui si approfitti del suo ruolo per entrare in contatto carnale con le ragazze che, sempre secondo questo assunto, non devono avere piena consapevolezza di quello che stanno facendo o perlomeno, devono essere qualche modo fragili e deboli e di questa debolezza presunta fanno una colpa al fotografo che dal loro punto di vista si approfitta della situazione di queste ragazze che se si lasciano infilare le dita nella vagina da uno sconosciuto devono essere perlomeno disturbate. Ora, abbiamo evidenziato la volontarietà della scelta di E., quello che non sappiamo è se essa sia effettivamente disturbata o afflitta da qualche serie complessa di problemi che la porta a voler esser schiaffeggiata e in ogni caso potremmo comprendere che questo suo atteggiamento che si discosta dalla normalità è proprio ciò che infastidisce quelli che criticano il fotografo. Il punto è chiaramente in che misura si possa definire il concetto di “normalità”, e quanto la morale delle persone che giudicano infici il loro ragionamento.

Quello che sappiamo per certo è che il fotografo, che è il tramite attraverso il quale la fotografia avviene, proprio come la sua macchina fotografica si pone esattamente nel mezzo, ossia: ha evidentemente una concezione della vita e una morale che lo avvicina moltissimo a E., fatto riscontrato dalla sua professione di fotografo di nudo, ma al tempo stesso ha ben presente la morale che sta dietro alle sue fotografie, che si lascia apprezzare da alcuni e fa indignare altri. La sua innocenza è tradita dal fatto che si irriti quando le persone dalla prospettiva parziale della loro moralità lo criticano, altrimenti la cosa lo lascerebbe indifferente. Questo fa si che il fotografo si sia perfettamente immedesimato nella sua macchina fotografica, che sia esattamente sul confine che divide l’ossessione dall’arte, che a volte sia da una parte e a volte dall’altra, forse inconsapevolmente, che abbia una visione indistinta del suo porsi e della sua arte, né bianca né nera, rispettando alla perfezione quello che la fotografia chiede al fotografo, l’unica ragione per cui il fotografo esiste, ossia farsi mezzo, tramite, messaggero. Questo fotografo giapponese americano con origini indiane è solamente il ponte che divide le due moralità, quella di E. e quella di chi la guarda perplesso. E’ il luogo dove le due costanti si incontrano.

Sul blog di E. oggi è comparsa la scritta “Yes I probably want to shoot with you if you’re in NYC and show me your work”.

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