A Parigi piacciono molto queste cose

C’era la strada come un imbuto, la pioggia leggera cancellava le scritte fatte col gesso in terra mentre portavamo tutti le gambe nella sola direzione possibile. Le ragazze avevano tutte le calze nere e i maschi erano magri e fumavano in continuazione sigarettine fatte col tabacco senza filtro. Le ragazze ancora riuscivano a comprare le sigarette. Qualcuno disse: “Quanti anni di evoluzione ci sono voluti prima di capire che con le bocche ci si può baciare?”

Era un argomento interessante. Si formarono subito due gruppi, uno sosteneva che il bacio era una lenta trasformazione dei morsi, un gruppo più sparuto invece teneva per la teoria che voleva che durante l’annusarsi, pratica apparentemente molta in voga nel passato, si fosse finiti casualmente per sfiorarsi le labbra.

“E le lingue?” chiese Marion. “Come si è arrivati a capire che bisognava tirare fuori le lingue, annodarsi. E’ un sensazione stranissima all’inizio, deve aver suscitato molte perplessità.”

“Lumache che si avvolgono” disse qualcuno parlando delle lingue, ed eravamo all’undicesimo arrondissement dentro un locale a bere del vino da dei calicetti minuscoli, in un frastuono di parole. Tutti si parlavano vicinissimo ad alta voce, i gomiti erano sui banconi, era permesso persino toccarsi. In seguito venimmo trascinati via da una scia di persone, qualcuno conosceva qualcun altro e si era deciso di spostarsi in un posto diverso. Casualmente sostammo davanti a una saracinesca chiusa per almeno un’ora, le ragazze erano sedute in terra e si facevano fotografare le calze, le bocche o le mani che reggevano bottiglie, bicchieri o sigarette. Una si sdraiò sul cofano di una macchina e appoggiò i piedi sulla macchina davanti. I più deboli vomitavano, e subito qualcuno fotografava le chiazze lasciate in terra. I mediocri pisciavano sulle stradine in pendenza e rincorrevano le strisce di urina urlando come scimmie. Uno che sembrava un palazzo in costruzione mi si avvicinò e mi disse che su qualche pianeta noi eravamo il cielo. Presto qualcuno rimase in mutande, altri rimanevano accasciati al suolo, come addormentati, mentre venivano frustati con baguette da un euro. Il pane passava di mano in mano. Così finimmo per camminare ancora molto, strade enormi, alberi gialli sotto e verdi sopra, uomini neri in abiti eleganti con le camice totalmente aperte fumavano cigarillos davanti ai locali chic. Garance raccolse da terra un nastro e si fece un fiocco sulla testa dicendo che stasera era un regalo. C’era chiaramente una festa a cui arrivare. Le gambe erano continuate ad andare verso quell’unica direzione possibile. Un appartamento illuminato da lampadine nude in cima a una rampa di scale strettissime. Nelle due stanze della casa stavano un centinaio di persone. Un gruppetto si accalcava attorno a un portatile da cui si poteva mettere della musica. Riconobbi un pezzo di Bruce Springsteen remixato da Trentmoller. Noi occupammo un divano e una ragazza grassoccia dai lineamenti vagamenti indiani si sollevò la maglietta e mi fece vedere il seno prosperoso. Marion lo tastò con un indice come toccando un palloncino e quindi lo soppesò con cautela mentre io lo baciavo. Poi cominciai a prendere tutti i telefonini che trovavo abbandonati sulle finestre o sui divani e li nascosi in un cassetto della cucina. Ci furono diverse spedizioni per andare a prendere da bere anticipate sempre da una colletta. Le ragazze trovarono del make up e si cominciarono a truccare e a truccare i maschi. Si scattavano moltissime fotografie e le ragazze erano rimaste scalze, con le calze segnate da profonde smagliature molto sensuali. Qualcuno cucinava del cus cus. Una ragazza nera mentre ero appoggiato al lavandino aprì il rubinetto lasciando scendere un filo d’acqua, ma non capii se era un indicazione sessuale. Le ragazze sono così criptiche. In uno sgabuzzino Garance era stata spogliata e stava cavalcioni su un nero con i dreadlocks mentre altri due ragazzi magri a turno le infilavano il cazzo in bocca. Un quarto fotografava col flash da molto vicino. Io fissai per un minuto buono le scarpe di Garance abbandonate in terra, i collant afflosciati sotto lo stivaletto del nero. Tolsi i collant da sotto i tacchi del nero e li annusai. Non odoravano di niente in particolare. Mi sedetti a un tavolo dove due ragazze bionde stendevano righe di cocaina scadente disegnando falli. Aspirai una palla rimanente di un pene disegnato veramente male. Qualcuno mi fotografò. Quindi salimmo tutti sul tetto. Alcuni ululavano mente altri si sedevano mistici a fumare sigarette e parlarsi vicinissimi. Una ragazza rispose a una telefonata, mise giù e guardò il display. La luce le illuminava il volto e io pensai di amarla. Le antenne ci fissavano. Non c’erano gatti sui tetti di Parigi. Tornammo a casa e io zoppicavo, qualcuno mi aveva morso ed ero caduto da un certa altezza. Erano preparativi per qualche bacio a venire. Il giorno dopo su Facebook mi arrivò un messaggio che linkava sul sito di Vice dove avevano pubblicato le foto della festa. Ce n’era una con uno sdraiato sul letto con attorno tre gay che gli stavano slacciando i pantaloni. Quello sdraiato ero io. Deve essere stato un momento in cui mi sono addormentato perché non mi ricordo niente di quella foto.

(photo by RoyaleBukkake)

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