Pynchon vede solo De Lillo una volta l’anno

La casa è una catapecchia di legno, perimetrata da una staccionata fatiscente in mezzo al deserto. Una mucca muove la testa avanti e indietro, scaccia le mosche con la coda, legata al recinto. Da lontano si vede avanzare un polverone. E’ una macchina, che arriva fin davanti alla casa e si ferma. Dalla macchina scende un uomo con i capelli grigi, che si dirige a lenti passi verso la porta. Sembra non notare la mucca al suo passaggio ma lei fissa lui con un occhio annerito. Siamo nel 1994 e l’uomo, lo scrittore Don De Lillo, bussa alla porta. Dopo quasi due minuti gli apre un altro uomo con i capelli grigi. È in accappatoio, a piedi scalzi. De Lillo invece indossa un completo grigio, con una maglietta con il collo a V nera.

“Ciao Tom” dice De Lillo.

“Ciao vecchio. Accomodati” dice l’uomo in accappatoio, al secolo Thomas Pynchon, dandogli le spalle e tornando nel posto dal quale pareva essersi faticosamente allontanato. De Lillo segue Pynchon attraverso la casa, fuori si sente il rumore del vento.  Dalla finestra aperta entra una forte puzza di merda di vacca. Raggiungono il soggiorno. Pynchon si siede su una poltrona, e fa cenno a De Lillo di sedersi sul divano.

“Posso avere un bicchiere d’acqua?” chiede De Lillo. “La polvere mi fa venire sete.”

“Fai pure. C’è una brocca in frigo.”

De Lillo attraversa le stanze con passi lentissimi, arriva al frigorifero e prende la brocca. Quindi prende due bicchieri dal lavandino, li lava e torna nel soggiorno. Si siede. Versa due bicchieri d’acqua. Da un sorso. Si accende una sigaretta.

“Allora, che mi dici. Ho visto che ti sei sposato”

“Sì, l’ho letto in un articolo.” Dice Pynchon.

“Conosco Melanie. E’ una donna in gamba. Non sono stato invitato al matrimonio.”

“Ci sono andato a malapena io Don.”

“E la sposa immagino.” Dice De Lillo, che rimane un attimo con la sigaretta sospesa nel vuoto sopra il tavolo, in cerca di un posto dove ciccare.

“Cicca pure per terra” Gli dice Pynchon. “E’ solo cenere che si somma alla polvere. Solo un altro avvertimento.”

De Lillo annuisce con aria sorniona come può annuire De Lillo nel 1994.

“Mi fa piacere comunque. Non lo dico tanto per dire. Fa gli auguri a Melanie da parte mia.”

“Riferirò. E’ stata contenta del regalo che ci hai fatto. Siamo stati contenti tutti e due.”

“Mi fa piacere.”, dice De Lillo.

“Tu stai bene?” chiede Pynchon, bevendo finalmente un sorso d’acqua.

“Non lo so.” Dice De Lillo guardando fuori dalla finestra. “Sto scrivendo una cosa lunga finalmente. Assorbe tutto il mio tempo. Sei la prima persona che vedo da mesi. Il libro è finito ma devo rivederlo. Così mi sono preso una pausa. Al mio ritorno conto di capirci qualcosa.”

“Di cosa parla il libro?”

“Non lo so. C’è una palla da baseball che attraversa l’America. Nel tempo.” Dice De Lillo facendo fare alla sigaretta un traiettoria orizzontale da destra a sinistra. Pynchon segue la sigaretta con lo sguardo.

“Spegnila pure in terra. Poi però portala fuori. Le sigarette spente puzzano.”

“Tu stai scrivendo?” Chiede de Lillo componendo un piccolo cerchio nero in terra con la punta della sigaretta.

“Sì. Una romanzo storico. Una cosa molto lunga. Parla di un agrimensore e di un astrologo. Ma dimmi di te. Mi piace sentirti parlare.”

“Non lo so.” Dice De Lillo. “Sai questa cosa dello scrivere, di farlo sul serio intendo.”

“Sì.”

“Non lo so. Devo abituarmi. Non credo di essere pronto. O meglio. Non credevo. Con questo libro cambierà tutto.”

“Capisco. Fare lo scrittore è una cosa sfinente.”

“Non credo scriverò mai più un libro lungo. Ti deforma dentro. Non so se mi spiego.”

“Ti spieghi benissimo. Ma non c’è altro modo. Almeno per me. E’ una tortura a cui non posso sottrarmi. Per questo mi vendico col lettore. Voglio uccidere ogni mio lettore.”

“Dimmi della mucca.”

“Mi da pace. Le ho legato un campanello al collo. Lo sento, quando si muove. Mi metto a fissarla dalla finestra. Anche lei fissa me. In un certo senso è lei il mio libro, mi serve per visualizzare qualcosa che ancora non c’è. La mucca diventa la cosa che non c’è, ma io la vedo. Con tutte quelle mosche che le ronzano intorno, sono come i pensieri, le mosche. Io la vedo e so che posso farcela. So cosa devo fare.”

“Quando sono stato in India era pieno di vacche. Mai viste tante vacche come in India. Magre. Vacche magre che venivano carezzate da mani amorevoli di vecchi.”

“Quanto sei stato in India?”

“Non lo so. Un bel pezzo. C’erano moltissimi piedi. Piedi nella polvere.”

I due rimangono in silenzio per un bel po’. Il tempo passa. De Lillo si accende un’altra sigaretta.

“Abiti ancora a New York?”

“Non lo so. “Dice De Lillo.

“Non sai niente.” Dice Pynchon.

“E’ la mia specialità.” Dice De Lillo. “New York non è più quella di una volta, ma non saprei vivere altrove. Sento che se andassi a Chicago impazzirei. Troppo vento. Cerco di Immaginarmi a Seattle ma niente. Allora provo con una città del Sud, ma Las Vegas ha troppe elettricità che l’attraversa, accumulata in una spazio limitato, e poi tutto quel deserto attorno. Troppa polvere, non so se mi spiego. Quindi penso alla Florida, cerco di posizionarmi a Miami col pensiero, ma vedo troppa luce, troppo mare. New York invece ha dei punti fissi, a cui ruota attorno tutto. Cose che conosco. Le periferie sudice. Times Square. Central Park. Le torri.  Anche se hanno una brutta aria quelle torri ultimamente. Sembrano sognare. Le guardi e sembrano teste che sognano. A volte penso che le torri sognino gli abitanti di New York. E non sembra stiano facendo bei sogni.” Dice De Lillo fumando. Pynchon si gratta una coscia.

“Barbara sta bene? Come vanno le cose fra voi?”

“Non lo so. Un giorno è uscita dalla porta come fanno le donne, e non è tornata più. Immagino che tornerà presto o tardi. Magari adesso è in casa che tossisce. Tossisce sempre ultimamente.”

De Lillo spegne la seconda sigaretta in terra. Stavolta con la punta disegna un otto orizzontale. Quindi appoggia la sigaretta sul tavolo, di fianco all’altra.

“Vuoi fermarti a cena?” Chiede Pynchon.

“Non lo so. Hai qualcosa da bere? Di alcolico intendo?”

“Non ho niente. Solo acqua.”

“Allora credo che tornerà indietro. Ho visto un bar mi sembra, a due ore di strada da qui. Ho voglia di fermarmi in quel bar e sedermi su uno sgabello e bere qualcosa di forte.”

“Come preferisci.”

“Ma potrei tornare.” Dice De Lillo facendo per alzarsi. Quindi raccoglie le due sigarette spente da sopra il tavolino e le avvolge in un tovagliolo di carta che tira fuori dalla tasca della giacca. I due si dirigono verso la porta.

“Bé, è stato un piacere.” Dice De Lillo.

“Torna quando vuoi.” Dice Pynchon.

“Potrei tornare fra cinque ore.” Dice De Lillo. “Oppure l’anno prossimo.”

“Come preferisci.” Dice Pynchon. I due si stringono la mano. De Lillo esce, e appena fuori si guarda intorno a destra e a sinistra, come se vedesse delle figure in lontananza. La mucca gira la testa e lo fissa. De Lillo le passa accanto senza guardarla. Sale in macchina. Da un piccolo colpo di clacson, fa una svolta a U sulla strada e si dirige dalla parte da dove era venuto. Pynchon fissa le ruote della sua macchina alzare la polvere. Le fissa per un tempo lunghissimo. Anche quando la macchina è sparita continua a fissare la polvere sollevata. Quindi chiude la porta.

pynchon de lillo

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Un pensiero su “Pynchon vede solo De Lillo una volta l’anno

  1. bello pure questo. sarà che anch’io non so niente, quindi mi sta simpatico de lillo. sarà che sono sensibile alla polvere e quando la intuisco che galleggia in controluce mi commuovo. giurin giurello, mi vengono gli occhi rossi e il naso sfrigola, e non è solo la mia rinocongiuntivite allergica.
    comunque il problema dei pensieri che ci tormentano resta di difficile soluzione: possiamo davvero imparare dalla mucca a scacciare le mosche con la coda?
    : )
    (occhio, refuso: “da” vs “dà”)

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