Il prossimo

Un altro assolato pomeriggio. Donne bellissime calpestano con particolare attenzione le grate vicino ai colonnati dei negozi alla moda, guardandosi sfuggenti dentro alle vetrine. Siamo apparsi un battito di ciglia fa, e continuiamo ad apparire. I bar vanno riempiendosi, soprattutto nelle piazze, dove ci si può confrontare l’abbigliamento. Sotto triangoli d’ombra, creati da ombrelloni aperti da mani di camerieri con le camicie aderenti, le ragazze accavallano le gambe, i giocatori di rugby, accuratamente depilati, si siedono con le gambe incrociate. Alla stregua di alcuni manichini con le teste mozzate stanno certi giovani, solo pantaloncini corti, gambe mielose affusolate che finiscono in converse borchiate, un fazzoletto se ne sta avviluppato come una galassia, alla stregua di alcuni palloncini sospesi fra i bianchi colonnati di marmo e i ciottoli, dove uomini vestiti con dei pantaloni bianchi spingono passeggini con le braccia tese, gli occhi riparati da grandi occhiali da sole, sorvegliati da manichini posti in certi primi piani, in vetrine isolate dove alloggiano cappelli, sciarpe e costumi.

Una signora è in balcone a prendere l’arietta, la vestaglia pettinata dal vento, la vista da sopra la strada ha qualcosa a che far con la geometria e un vago ricordo di liquido, ma dalle movenze di insetto. Nelle librerie le letterature e i saggi sono odore, lo puoi sentire entrandoci, puoi guardare la ragazza con i piedi tremendi seduta su uno sgabello giallo ma quello che senti è l’odore della carta. Gli impiegati odiano i libri posti come sbarre attorno alla loro giornata lavorativa quotidiana. E l’odore della carta li indigna. Oltre i carretti di frutta, gli spagnoli che strisciano i piedi e un paio di giapponesi appena tornate dall’Ikea stanno, appoggiate a un muro, due bellezze incredibili, oscene, quasi inguardabili. Seduto in un tavolino con una tovaglietta di carta guardo il mio bicchiere e sospendo ogni incredulità. Un uomo vicino a me ordina un’acqua brillante, dice che sta aspettando la moglie. Due signori di mezza età dalla parte opposta continuano a chiamare a guardare la cameriera molto magra, che si tiene una mano sul fianco, un naso affilato che ti fa pensare a momenti cruciali, a confessioni che non vorresti fare. Due ragazze si siedono poco distante, una si volta improvvisamente e mi guarda con un’aria tremendamente afflitta, per interi secondi. Ordino un tramezzino che non tocco.

Mi perdo nell’osservazione prolungata di due muratori con le cosce bianche di calce che ridono a voce alta, attraversando la piazza, appagati come solo chi lavora e ha finito può essere, quasi ebbri. Ancora un ombrellino trasparente dentro a una vetrina, manifesti annuncianti un’altra cosa che seguirà un altro evento in vista di un’altra manifestazione, o un’elezione. Due si tengono per mano, seduti su una panchina, quasi dimenticati, come staccati dalla scena, consapevoli di una certa invisibilità presunta. Un tassista sussurra una bugia in un apparecchio, un piccione diventa il centro di una foto, solo una sagoma nera, sospesa su un filo, sopra slarghi metafisici di piazze, dove il fantasma di De Chirico satura gli angoli. Colpi di tosse, un musetto angelico e uno demoniaco capitelli di un balconcino con la scritta “affittasi”. Dove hai parcheggiato? Una voce da una macelleria. Stasera alle otto ci vediamo lì allora, mi pare una grande idea. Una voce proveniente da delle unghie rosse, intraviste da dietro. Ancora edera scossa da una brezza leggera, l’avvicinarsi sospetto della sera, quasi uno strappo, una luce che comincia a far male quando investe alcune persone, o prospettive, e si presta a slanciare una bicicletta parcheggiata davanti una scritta sul muro che dice “si salvi chi può”. Occhiali verde fluo, fotocellule che scattano senza che nessuno abbia attraversato lo spazio, dove sono finti tutti i gatti? Siamo qui. Parcellizzati in grafici, scritte in sovraimpressione della città, con manine adatte a digitare su tasti piccolissimi, occhi in procinto di diventare grandi come palle da tennis. Siamo qui. Qualcuno è preoccupato dal Nasdaq. Qualcun altro si passa una busta della spesa da una mano all’altra. Le piante non smettono di fare quello che sanno fare meglio. Noi siamo tutti qui. Dimmelo.

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