Uccidere la cosa in sé

Ho cominciato a guardare le foto del mio recente viaggio in Scozia e, partendo dal primo giorno, mi sono reso conto che qualcosa sta diventando certezza a poco a poco, insinuandosi nelle mie abitudini fotografiche senza farsi notare.
Sto chiaramente cercando di fare qualcosa. Ma cosa?

Al cospetto della prima “cosa in sé” da fotografare, il Forth Bridge, ricordo che arrivatoci dinanzi ho subito provato, ripensandoci a posteriori, un certo disgusto nel fotografarlo così com’era: un bellissimo ponte a sbalzo rosso.
Non riguarderei mai una foto di un monumento “assoluto”, che so, la Torre Eiffel, così, da sola. La cosa in sé non mi dice niente. Anche se la foto è mia, quella foto non è “mia”. Da un lato perché ce ne sono centinaia di milioni, di fotografie simili, dall’altra perché mentre sei lì che fotografi questa percezione è amplificata dal fatto che di fianco a te ci sono altre persone che stanno facendo la tua stessa foto e tu, io nella circostanza, mi sento inutile, usato, idiota.

Ecco tre buoni aggettivi per descrivere un turista, ora che ci penso.

Quindi, dinanzi alla cosa in sé, con di fianco i turisti che fotografano tutti la cosa in sé, non so voi, ma io inconsciamente ho appurato di mettere in atto una sorta di diversivo, di strategia difensiva. Perché lo faccio?

Tempo fa fotografavo quelli che fotografavano i monumenti, ma l’azione mi è venuta presto a noia, poiché spostava troppo l’attenzione dalla cosa in sé, che è il motivo per cui tu arrivi lì, idiota, inutile, usato turista, e fotografi la cosa in sé. Hai viaggiato, hai pagato, hai fatto file, per presentarti lì davanti, ora non puoi farti venire scrupoli: devi fotografare la cosa in sé, ma come?
Una strategia difensiva è già da tempo in azione, inconscia e planetaria: il selfie.

Cosa fa un selfie? Prende la cosa in sé, l’oggetto, il monumento, il luogo, e lo filtra.

Con il selfie non dici più “ecco la cosa in sé” ma “eccomi” davanti alla cosa in sé.

In “Rumore bianco “ di De Lillo, c’è la celebre scena in cui il protagonista, assieme ad un amico, si reca a fotografare “Il fienile più fotografato d’America” concludendo che nessuno, una volta arrivato lì, dopo aver letto i cartelli e parcheggiato vicine ad altre centinaia di macchine ed essere arrivato nello spot esatto da cui tutti facevano la stessa foto poteva dire di “vedere” realmente il fienile.

Ecco, con i selfie credo che inconsciamente cerchiamo di rubare la scena al “Fienile più fotografato d’America”, filtrando la composizione e la liturgia del pellegrinaggio al luogo o all’attrazione turistica inserendo noi stessi sopra, davanti, sovrastandola.
Ma anche questo sposta troppo l’attenzione dalla cosa in sé, oltre al fatto di inserirsi, il selfie, in un meccanismo di moderna auto narrazione indulgente verso se stessi che appartiene alla nuova cultura “social” e occupa un ambito completamente diverso dalla fotografia, un ambito che riguarda a mio modo di vedere maggiormente la sociologia o la psicologia, in cui la fotografia recita solo un ruolo di comparsa e non è protagonista, sostituita dall’ego dell’internauta.
Ma io qui voglio parlare del perché arrivo, da turista, davanti a un monumento e non riesco a fotografarlo per quello che è, nella sua assolutezza, provando un senso di disagio.

La cosa in sé, per quanto mi riguarda, ora che riguardo le foto lo comprendo meglio, è per qualche ragione divenuta infotografabile, insensata, eppure io continuo a viaggiare, a portarmi la macchina fotografica e “pretendo” di tornare indietro con il mio scalpo personale che, una volta stampato, possa mettermi in casa e dire ecco, quello sono io che ho ucciso la cosa in sé.

Voglio spaccare il capello: non sto parlando di pubblicare la foto su internet o esporla in una mostra, quello fa parte, il pubblicare, di un meccanismo di auto narrazione che ingloba gli altri, sociale, mentre io parlo della mia frustrazione di fotografo nell’epoca dei telefonini e del turismo di massa agevolato dai voli low cost.
A quanto pare è una sfida che credo di vincere o, in qualche modo, di poter affrontare.

Ora, dopo questo lungo preambolo, ecco un po’ di foto della cosa in sé in questione, il Forth Bridge, così come me la sono ritrovata nella scheda di memoria una volta tornato dal viaggio, che forse spiega meglio di tutte le parole del mondo quello che intendo dire.

Forth Bridge da un anello d'acciaio a cui è fissata un'ancora
Forth Bridge da un anello d’acciaio a cui è fissata un’ancora
Forth Bridge e vita quotidiana
Forth Bridge e vita quotidiana
Forth Bridge da dentro il faro più piccolo di Scozia
Forth Bridge da dentro il faro più piccolo di Scozia
Forth Bridge e cassonetti della raccolta differenziata
Forth Bridge e cassonetti della raccolta differenziata
Forth Bridge e Albert Hotel
Forth Bridge e Albert Hotel
Forth Bridge e barchetta solitaria
Forth Bridge e barchetta solitaria
Forth Bridge e banchina con muro
Forth Bridge e banchina con muro
Forth Bridge e ancora
Forth Bridge e ancora
Forth Bridge e alghe + barchetta rossa
Forth Bridge e alghe + barchetta rossa
Forth Bridge con segnale stradale di pericolo caduta macchine in auto + auto pericolante sul bordo del mare
Forth Bridge con segnale stradale di pericolo caduta macchine in auto + auto pericolante sul bordo del mare

Alla fine dell’articolo mi restano solo domande.

Ha senso continuare a viaggiare e fare delle fotografie?

Riesco a uccidere la cosa in sé e farla mia?

Questo modo di agire, fa comunque parte del meccanismo auto narrativo dei social networks?

Mi sento meglio, una volta che credo di aver raggiunto il mio obiettivo, o sto solo alimentando una frustrazione infinita, pronta a ripetersi nuovamente la prossima volta?

Sto cercando di distinguermi dalla massa, mentre sono massa in una massa di macchina fotografiche?

E’ possibile distinguersi?

E perché ho bisogno di distinguermi se continuamente poi pretendo di venire accettato inserendomi nel flusso auto narrativo dei social networks e comunque faccio una cosa di massa come il turismo?
Voglio essere distinto e accettato?

Tutto quello di cui sto parlando, è solamente cercare un’individualità dove non è più possibile avere un individualità?

O voglio solo poter dire a me stesso, guardando una mia foto stampata in casa del Forth Bridge, quello non è il Forth Bridge, quello sono io che l’ho reso unico?

E quindi sono unico anch’io?

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